Le porte della percezione
Dopo avere sbrodolato mie idee e riflessioni sul blog, lo arricchisco con un pensiero altrui. Con un pensiero altrui di alto livello. Si tratta di un frammento dal saggio "Le porte della percezione" di Aldous Huxley. Il testo è del 1954 e in Italia fu tradotto quattro anni dopo e, tanto per intenderci, proprio a "The Doors of Perception" si sono ispirati per il loro nome i Doors. Solo oggi ho iniziato a leggere questo libro, ma il pensiero che segue mi ha colpito con tale forza da diventare mio. D'altra parte arte e cultura sono proprio questo. Sono apertura e riflessione verso ciò che ci circonda per poi pensare, rielaborare, alludere, creare. Vabbe'. Nel caso Huxley ci descrive le sue percezioni di fronte ad un vaso di fiori durante un esperimento con la mescalina a cui nel '53 aveva (volentieri) accettato di fare da cavia.
"Essenza" L'Essere della filosofia platonica, solo che Platone sembra aver fatto l'enorme e grottesco errore di separare l'Essere dal divenire, identificandolo con la matematica astrazione dell'Idea. Egli non avrebbe mai potuto vedere, poveruomo, un fascio di fiori brillare di luce interiore e palpitare sotto la pressione del significato di cui erano saturi; non avrebbe mai potuto percepire che ciò che la rosa, l'iris e il garofano significavano così intensamente non era né più né meno che ciò che erano: la transitorietà che pure era vita eterna, la perpetua deperibilità che era nello stesso tempo puro Essere, l'affastellamento dei minuti, unici particolari, in cui, per qualche inesprimibile, eppure evidente paradosso, era da vedere la divina fonte di tutta l'esistenza.
Bellissimo.
"Essenza" L'Essere della filosofia platonica, solo che Platone sembra aver fatto l'enorme e grottesco errore di separare l'Essere dal divenire, identificandolo con la matematica astrazione dell'Idea. Egli non avrebbe mai potuto vedere, poveruomo, un fascio di fiori brillare di luce interiore e palpitare sotto la pressione del significato di cui erano saturi; non avrebbe mai potuto percepire che ciò che la rosa, l'iris e il garofano significavano così intensamente non era né più né meno che ciò che erano: la transitorietà che pure era vita eterna, la perpetua deperibilità che era nello stesso tempo puro Essere, l'affastellamento dei minuti, unici particolari, in cui, per qualche inesprimibile, eppure evidente paradosso, era da vedere la divina fonte di tutta l'esistenza.
Bellissimo.


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