martedì, maggio 23, 2006

Lezione

Oggi ero a lezione. Ad un tratto, fra gli appunti, è comparsa una poesia. Eccola:

A lezione

Pensieri forzosi
a costruire
fragili
impalcature mentali.
Tutti
dietro prestigiatore
che prestigia parole
in moschee barocche.
Tutti
a fingere
posticce
immagini culturaleggianti.
Tutti
pronti a crollare
al primo apparire
di idea vera.
Tutti
ugualmente
valgono
zero.

domenica, maggio 21, 2006

De televisione

Ora, confesso che quando ho iniziato a scrivere questo blog pensavo che avrei potuto dargli una veste in qualche modo unitaria, tenendo legati fra loro i post con un unico, per quanto intricato, filo concettuale. Pare proprio mi sbagliassi di grosso. Questa è una sorta di diario e su un diario i pensieri piovono naturalmente, senza confluire in alcun imbuto concettuale preimpostato. Meglio così.

E allora, proprio perché mi sono recentemente tornati fra le mani alcuni appunti e frammenti con cui avevo fissato brevi pensieri su personaggi e mondi catodici, mi è venuta voglia di pubblicarli. E li pubblico.

°Stasera ho guardato la televisione. Cosa strana. Ad un tratto è comparso il sorriso populista e plastificato del nostro amato Presidente del Consiglio che ha invitato gli italiani a seguire il suo esempio: lavora dalle sette e un quarto del mattino alle due e mezza di notte. Non stava scherzando.
*ovviamente tale appunto è stato scritto prima del 10 aprile 2006.

°Meglio di qualsiasi trattato di sociologia è sedersi comodi davanti alla televisione e guardare The club. Deprimente specchio di una grande fetta di giovani (e meno giovani).

°Ho guardato per qualche minuto un programma di quiz televisivi. Con Amadeus. Ho guardato per qualche minuto un programma di quiz televisivi e ho avuto un'illuminazione. (A riguardo l'illuminazione può essere solo di serie D) comunque... ne ho capito l'essenza. Sono domande per un deficiente furbo. Punto.

°Tutti i "fenomeni televisivi", a parte qualche rarissimo caso, sono quanto di più ignorante, deprimente e nauseabondo possa esistere. Anche chi abitualmente si nutre di televisione definisce il fenomeno delle Lecciso come una delle cose più ignoranti, deprimenti e nauseabonde possibili.

°Ricordi televisivi. A distanza di più di un anno ricordo uno dei programmi più avvilenti che abbia mai visto: Sexy Boxy. Su Odeon mi sembra. Attorno alla mezzanotte. Ragazze dalla bellezza (presunta) volgare che si fingevano contendenti in incontri più o meno di lotta libera solo per strapparsi reggiseni leopardati e per farsi riprendere il perizoma che si infilava fra culi e fighe usurate mentre si aggrovigliavano sul ring. Ma ben più mortificanti dello spettacolo pornografico erano gli esempi di italiotità qualunquista e arrogante offerti dal presentatore-pappone in abito da sera e, ancor più, dal trio di commentatori astiosi e sfottenti, sicuramente convinti che dai loro continui lazzi sessuali e pseudosatireggianti emergesse la giusta visione del mondo. E, tutt'attorno al ring, individui pressati a fotografare col cellulare.

°Una pubblicità. Non è assolutamente l'esempio peggiore del genere, neppure sfigura quando passa in televisione, anzi, quasi non la si nota. Però pensiamoci. In pratica dice: se vuoi suicidarti, suicidati. Ma non sulla mia macchina.

lunedì, maggio 15, 2006

Le porte della percezione

Dopo avere sbrodolato mie idee e riflessioni sul blog, lo arricchisco con un pensiero altrui. Con un pensiero altrui di alto livello. Si tratta di un frammento dal saggio "Le porte della percezione" di Aldous Huxley. Il testo è del 1954 e in Italia fu tradotto quattro anni dopo e, tanto per intenderci, proprio a "The Doors of Perception" si sono ispirati per il loro nome i Doors. Solo oggi ho iniziato a leggere questo libro, ma il pensiero che segue mi ha colpito con tale forza da diventare mio. D'altra parte arte e cultura sono proprio questo. Sono apertura e riflessione verso ciò che ci circonda per poi pensare, rielaborare, alludere, creare. Vabbe'. Nel caso Huxley ci descrive le sue percezioni di fronte ad un vaso di fiori durante un esperimento con la mescalina a cui nel '53 aveva (volentieri) accettato di fare da cavia.

"Essenza" L'Essere della filosofia platonica, solo che Platone sembra aver fatto l'enorme e grottesco errore di separare l'Essere dal divenire, identificandolo con la matematica astrazione dell'Idea. Egli non avrebbe mai potuto vedere, poveruomo, un fascio di fiori brillare di luce interiore e palpitare sotto la pressione del significato di cui erano saturi; non avrebbe mai potuto percepire che ciò che la rosa, l'iris e il garofano significavano così intensamente non era né più né meno che ciò che erano: la transitorietà che pure era vita eterna, la perpetua deperibilità che era nello stesso tempo puro Essere, l'affastellamento dei minuti, unici particolari, in cui, per qualche inesprimibile, eppure evidente paradosso, era da vedere la divina fonte di tutta l'esistenza.

Bellissimo.

domenica, maggio 14, 2006

Diarieggiamento

Lasciatemi scrivere pensieri liberamente. D'altra parte è anche questo lo scopo del blog. D'altra parte è questo lo scopo del blog. E allora scrivo liberamente: che mondo può essere un mondo dove i possessori delle più grandi collezioni di arte sono anche gli azionisti di maggioranza delle principali multinazionali mondiali? Con questo non voglio dire che i ricchi industriali non possano possedere opere d'arte; tutt'altro. Voglio dire che è paradossale come una grande porzione di arte (lasciando per il momento da parte l'irrisolta e irrisolvible questione di cosa sia arte e cosa non lo sia), principalmente moderna ma ovviamente non solo, che dovrebbe - l'arte tutta - contribuire alla crescita culturale e personale di società ed individuo ed essere veicolo di riflessioni, di pensieri, di multiculturalismo, sostenendo l'uomo nel processo di presa di coscienza e di approfondimento di rapporti e relazioni con se stesso e con il mondo intero, sia nelle mani di chi, gestendo l'operato delle multinazionali, continuamente mette in atto un processo di abbruttimento della società e di livellamento delle culture, facendo forzosamente imporre una sottocultura occidentale del consumismo di massa senza il minimo interesse per la salute del mondo. Allo stesso modo non sopporto star di Hollywood, calciatori & co. che periodicamente si concedono azioni incredibilmente magnanime (e come tali annunciate da svariati telegiornali, riviste e rotocalchi) per poi proporci continuamente film di guerra nazionalpopolari e relazioni amorose all'insegna della grettezza sentimentale i primi, volgarità triviali e burinismo arricchito i secondi. Insomma: tutti modelli avvilenti. Il succo è: non si può essere filantropi un giorno all'anno. Non si può essere filantropi un giorno all'anno per scrollarsi di dosso il marcio della propria vita. Non è così semplice. Bisogna prima di tutto rispettare se stessi e con se stessi essere coerenti. Ho appena scritto che non si può essere filantropi un giorno all'anno. Verissimo. Ma non si può nemmeno essere filantropi ogni giorno dell'anno se lo si è solo in singoli ed isolati gesti. Bisogna che sempre e normalmente le proprie azioni siano contraddistinte dal rispetto. Bisogna essere prima di tutto filantropi verso se stessi.

Ad essere sincero, all'incipit "che mondo può essere un mondo dove..." avrebbe potuto seguire sicuramente una riflessione che evidenziasse problemi più grandi di quelli di cui ho parlato. Non penso assolutamente che i paradossi legati ad arte ed impoverimento delle coscienze o ad un buonismo più o meno utilitaristico siano, per quanto importanti, oggi le più delicate questioni con cui il mondo è tenuto a confrontarsi; questa voleva semplicemente essere una riflessione, magari spunto per un'altra futura. Il pensiero era nato dalla notizia della mostra che si tiene a palazzo Grassi a Venezia con opere dalla collezione di François Pinault, che, pur contribuendo alla mercificazione della cultura con la presidenza di Fnac, non è tuttavia uno dei più biechi artefici del temuto abbruttimento intellettuale e morale. Se però ho deciso di scrivere qualcosa su tale questione prima ancora che su altre è perché non si può prescindere dagli input esterni, che talvolta danno nella nostra mente la precedenza a ciò che secondo un calcolo matematico si preferirebbe far emergere in un secondo momento. In ogni caso, la mostra si intitola "Where Are We Going?". Per una possibile risposta rimando al mio quarto post.

venerdì, maggio 05, 2006

Stai alla larga dal nitticorace

"Stai alla larga dal nitticorace."
"Cosa... il nitticorace?"
"Ma sì, il nitticorace, la nottola... una volta ne parlavano tutti, poi..."
"Poi cosa?"
"Poi ce ne siamo abituati. Ora non lo notiamo nemmeno più."
"Come è possibile?"
"Me lo sono chiesto per molto tempo, poi ho capito che è l'uomo stesso che diventa nitticorace, per questo non li distinguiamo."
"In che senso?"
"Nel senso che quando l'uomo smette di guardare il sole impallidisce, sbiadisce. E una volta ingrigito la luce gli viene sempre più a noia, tanto da fargli preferire la nebbia, la penombra e lì si crogiola fino a dissolvercisi dentro."
"Ah, proprio una brutta bestia il nitticorace."
"Bruttissima."
"Ma precisamente che tipo di bestia è?"
"Questo io non te lo posso dire, ma non fidarti di chi ti dice di saperlo, perché nessuno lo sa. Ho parlato con chi sosteneva di averne visti di grossi come montagne e chi era sicuro che fossero più piccoli delle pulci. Molti poi dicono che il nome sia sufficiente per capire quanto basta."
"E cioè? ...a me non dice molto."
"Dài, non è difficile intuirlo: nitticorace significa corvo della notte."
"Ah, adesso è tutto molto più chiaro."
"Lo credo, ma non pensare assolutamente che il nitticorace sia un uccello. Se corvo stia per indicarne la fisionomia o semplicemente la natura torbida, questo non te lo so dire; so per certo che non vola. Semmai svolazza, sbatte le ali, ma non si alza mai nel cielo, no, neanche di notte. Si muove sempre nascosto, coperto, offuscato dal suo stesso alone, anzi, le ali gli servono proprio per celarsi, per non essere visto e per non vedere la luce."
"E questi corvacci o qualsiasi altra cosa siano, non si riescono proprio a riconoscere?"
"Non so neanche questo. Credo che non sia facile, ma si possa riuscire."
"Come fai a dirlo?"
"Semplicemente perché una volta, da bambini, tutti li riconoscevamo. Non sapevamo però che anche loro erano uomini."
"Interessante. Da oggi ci starò attento. ...non hai altro da dirmi?"
"Sì, la cosa più importante... il fatto è che il nitticorace ti prende... A tutti prima o poi capita di passare nell'ombra, e allora, quando ancora non sono ricomparsi i raggi del sole, lui ti si avvicina di sghembo, ti affianca e fa di tutto per farti attardare. Senza mai guardarti in faccia ti esamina, magari, impacciati, riuscite anche a scambiare qualche parola, tu ti lasci affabulare e poi lo segui nella sua alcova di fumo. Tanto pensi che sia solo una sosta momentanea, un riposo, e invece eccoti lì per sempre, anche tu sei divenato un nitticorace."
"Oddio no. Io non lo diverterò mai."

mercoledì, maggio 03, 2006

Inesperienze di giovane internauta

A dire la verità il post precedente (come foglie cadute) avrebbe dovuto essere accompagnato da una foto, ma non sono riuscito a caricarla. Tant'è. Nella foto comparivano per l'appunto foglie cadute gialle su asfalto grigio e, grande in mezzo, un birillo segnaletico bianco e rosso. Immaginatela.

Come foglie cadute

Nel cemento stradale. Biancoerosso nel mezzo. Per indicare qualcosa per ricordare.

Il grande Boh

Ma un senso a tutto questo, c'è veramente o noi utilitaristicamente lo diamo?