venerdì, settembre 29, 2006

Di fronte

[Bologna, giugno 2005]

giovedì, settembre 28, 2006

Di profilo

L'insopportabile Chi sono. Devo proprio essere incappato nella bruttissima malattia del blog se oggi ho pensato di dare risposta alle sette lettere autoreferenziali che fino ad ora avevo ignorato. E sicuramente la risposta migliore è proprio questa. Ignorare. E curare il blog perché ci piace e tutto sommato ci dà un certo gusto vedere le nostre parole on-line. E poi per tanti altri motivi. Ma lasciar perdere i comunismi da rete globale. E non badare a ciò che appunto non va badato. Rispondendo con un eloquentissimo spazio bianco. Giusto! Giustissimo! Spazio bianco. Piuttosto che un altamente freudiano non so chi sono/boh/sto ancora cercando di capirlo, facilmente commutabile in un più intrigante e malizioso ditemelo voi o in un più esplicito scopritemi. Altrimenti c'è sempre la soluzione simpatia del tipo domatore di trichechi alati o orologiaio norvegese che passa il tempo con il bricolage e l'allevamento di cammelli battriani (spesso meno simpatica), che decisamente contrasta con quella comunque ugualmente popolare dell'incazzato col mondo/odio tutti (tranne i personaggi omogeneizzati da nu metal su Mtv). Molto quotate anche le citazioni, per la somma gioia dei poveri Shakespeare, Pessoa e latiniegrecivari. Senza dimenticare nell'ambito della provenienza geografica i tanti Burundi/Burkina Faso/Bucodiculo (che tanto più o meno è la stessa cosa), probabilmente vissuti come autentici colpi di genio dagli ideatori. Al pari di tutte le altre soluzioni, che a giudicare dalla diffusione devono essere ritenute molto ingegnose.

E io, sì, è vero, volevo essere blog. (1 e 2). Ma non mi voglio ridurre a quattro misere righe di uno stupidissimo profilo. ...però non riesco a convincermi. La malattia del blog ormai mi ha preso e lo spazio vuoto oggi mi tenta. Lo riempio. Ma come? Come essere sinceri e fedeli a se stessi evitando la stucchevolezza? E poi anche i luoghi comuni da comunità virtuale contro cui ho tanto detto tutto sommato rivelano chi sei. Sì. Ma io non sono così (forse solo un po' domatore di trichechi alati). Vabbe'. Ho parlato tanto senza dire proprio niente. Finalmente un post che rende questo spazio più simile a un blog. Ma ecco. Ci sono. Sì... semplice e onesto.

Quattro fasi. Prima è stato il blu. Poi il rosso. Poi il nero. Oggi l'arancione. Cercando, forse con lo strabismo di chi cerca troppo, di arrivare al verde.

Mi sono capito.

sabato, settembre 23, 2006

Missitalie

Ragazze come manzi
al supermercato dei sogni
di plastica e rimmel.

lunedì, settembre 18, 2006

Granelli di sabbia

Lo so, l'ho già scritto. Ma non mi stancherò mai di ripeterlo. Il mondo è incredibilmente piccolo.

Poco fa accedo al beneamato Splinder e trovo la mail del gentile amberwarp che sponsorizza il blograduno del prossimo venerdì a Bologna. Nel nome di crescentine, tigelle, vino, birra, risate. (Qui e qui per maggiori informazioni). Poi faccio un salto sul suo blog. E leggo. Si fa ai Pini. Il locale di un mio compagno di corso.

Preciso: non sono così pieno di compagni di corso che gestiscono ristoranti o simili. Ne ho solo uno.

domenica, settembre 17, 2006

Biglie

Lo so, l'ho già scritto. Ma non mi stancherò mai di ripeterlo. Il mondo è incredibilmente piccolo.

Fine agosto. Dopo un'estate per certi versi problematica decido di concedermi un po' di relax familiare a Corfù. Lontano però dal trambusto mediterraneo e ancora un po' coloniale di Corfù città. A Pelekas. Paese minimo ma con il fascino di chi ancora non è stato raggiunto dal mercato. L'albergo ha una biblioteca. Anche questa minima. Una stanzetta con divano, sedia, scrivania e qualche libro. Quelli che possono stare in una teca 2mX1. Greco, inglese, italiano e altre lingue europee. Un titolo mi incuriosisce. Prendo in mano il libro. Convinto si tratti di una coincidenza. Certo si tratti di una coincidenza. Invece no. E' proprio così. In copertina un uomo dalla faccia simpatica, un cane, una suora e l'ingresso di un pub irlandese. Ci sono stato. E mi era piaciuto a tal punto che avevo comprato la t-shirt. Nera. In bianco scritto The Original MACCARTHY'S•BAR un disegnetto poi CASTLETOWNBERE•WEST CORK•IRELAND 51° 31' N 009° 32' W.

Ora, forse non vi sembrerà così paradossale, ma a me lo è sembrato. Trovare in un albergo a gestione familiare del paese da neanchemilleabitanti dell'isola greca un libro in olandese che ha in copertina il pub irlandese del paese da millecinquecentoabitanti perso in mezzo alla campagna del Cork in cui nove mesi prima avevo sentito cantare canti tradizionali al suono del violino e del fuoco.

Cristo! Non parlo di una libreria traboccante libri. Né di un pub più grande di un buco con due stanze, per quanto adorabile. E per giunta era uno dei circa dieci del paese da millecinquecentoabitanti, essendoci in Irlanda la bellissima abitudine di non chiudersi in casa durante i giorni freddi e piovosi (che sono tanti) ma in un pub, che almeno non si è soli. In quell'occasione poi in Irlanda ci sono stato per nemmeno una settimana a trovare un amico in Erasmus, e per quanto di pub se ne siano girati, non ne ho certo testati un numero tale da rendere la possibilità di trovare sulla copertina di uno sconosciutissimo libro uno di quelli da me toccati anche solo plausibile.

[Poi oggi, a casa, chiedendo ad internet qualche spiegazione su un caso che poche ne ha scopro che il libro McCarthy's Bar, di un certo Pete McCarthy (non fa una piega) è un poi non così sconosciuto diario di viaggio attraverso l'Irlanda e i suoi pub, edito in Italia da Guanda con il titolo La scoperta dell'Irlanda. Di bar in bar. Comunque...]

Mentre raccontavo a mia sorella che cavolo, che proprio lì, in quell'albergo a gestione familiare del paese da neanchemilleabitanti dell'isola greca avevo scovato, anzi no, mi era cascato in mano un libro in olandese che ha in copertina il pub irlandese del paese da millecinquecentoabitanti perso in mezzo alla campagna del Cork in cui nove mesi prima avevo sentito cantare canti tradizionali al suono del violino e del fuoco compariva al non frequentatissimo bar dell'albergo una coppia di villeggianti di mezza età. Lui, in testa, ha un cappello di paglia con una fascia di stoffa. E una scritta in nero. BUFFALO BILL'S WILD WEST SHOW. Lo danno a Eurodisney agli allegri visitatori che per divertirsi decidono di godersi uno spettacolo a metà fra circo e rodeo. Le strisce colorate sul cappello possono essere di quattro colori differenti in base allo schieramento. Rosse, gialle, verdi e blu se non ricordo male. A me e famiglia, nove anni fa ne diedero quattro. Striscia rossa. Da allora hanno sempre avuto il loro importante ruolo in festicciole campestri di stampo pagano. Ambita onorificenza per chi meglio interpretava lo spirito dionisiaco del rituale.

Quel giorno, la striscia sul cappello dell'ignaro turista che con moglie veniva a bere qualcosa al bar dell'albergo a gestione familiare del paese da neanchemilleabitanti dell'isola greca era rossa.

domenica, settembre 10, 2006

Mercato

Prima di iniziare un libro
leggo il codice a barre.

martedì, settembre 05, 2006

The Great Pretender

In questi giorni circostanze particolari mi costringono a casa, io allora affronto il domicilio più o meno coatto smanettando un poco al computer. Durante lo smanettamento odierno scopro che Farookh Bulsara, alias Freddie Mercury, nasceva a Zanzibar sessant'anni fa.

Mi sono sentito anch'io allora di ricordarlo in qualche modo. Ora, per quanto io mi nutra di tanta musica (tanta, non di tutta, chi risponde "Un po' di tutto" alla domanda "Che musica ascolti?" spesso la ascolta poco e soprattutto male, comunque...) i miei ascolti abituali oggi si distaccano un po' dai Queen; la loro musica però e la voce di Freddie sono state uno dei miei primi ascolti autonomi (meglio, il loro primo Greatest Hits è stata la mia seconda cassetta), mi hanno dato molto e ancora oggi non mi dispiace, anzi, mi piace ascoltarli.

La voce di Freddie... una delle più belle che si possano ascoltare. Ogni tanto ho pensato che fosse un luogo comune di chi vuole improvvisarsi musicologo pur non riuscendo ad uscire da ascolti convenzionali. Invece no. E' assolutamente vero.

L'ho appena ascoltata mentre canta The Great Pretender, brano dei Platters del 1956 scritto da Buck Ram, in una registrazione del 1987 che compare in The Freddie Mercury Album nel 1992, raccolta di brani di Freddie solista. Grande interpretazione e grande scelta. Molto appropriata per la sua figura. Per lui. Impalcatura sonora retro senza troppi pensieri, a tratti del tutto spensierata. Esibizione in abito rosa. Testo profondamente triste (triste, sì, triste. Talvolta gli aggettivi semplici sono i più adatti). Ora, forse fraintendo, ma mi sembra che sia più che un banale canto d'amore per un amore che non c'è più. O perlomeno Freddie così la percepisce e la interpreta. Sempre a metà fra gioco e reale sentire. Sempre sorridendo e rivelando il proprio essere solo. Terribilmente solo e fragile. Per questo l'ho tradotta facendo corrispondere a you voi. Ripeto, forse fraintendo, ma mi piaceva pensare così. Solo tre versi.
Oh yes, I'm the great pretender
Pretending I'm doing well
I'm lonely but no one can tell.
Quasi commuove. Togliete il quasi.

The Great Pretender

Oh yes, I'm the great pretender
Pretending I'm doing well
My need is such
I pretend too much
I'm lonely but no one can tell.

Oh yes, I'm the great pretender
Adrift in a world of my own
I play the game but to my real shame
You've left me to dream all alone.

Too real is this feeling of make-believe
Too real when I feel what my heart can't conceal.

Oh yes, I'm the great pretender
Just laughing and gay like a clown
I seem to be what I'm not you see
I'm wearing my heart like a crown
Pretending that you're still around.

Too real when I feel what my heart can't conceal.

Oh yes, I'm the great pretender
Just laughing and gay like a clown
I seem to be what I'm not you see
I'm wearing my heart like a crown
Pretending that you're...
Pretending that you're still around.


Il grande impostore

Oh sì, sono il grande impostore
e fingo di stare bene
ho bisogno di questo
di fingere troppo
sono solo ma nessuno lo può dir.

Oh sì, sono il grande impostore
perso nel mio fingere
io gioco sì, ma vergognandomi
mi avete lasciato solo a sognar.

Così vero è questo sentir di fingere
Così vero quando sento quel che il cuore non nasconde.

Oh sì, sono il grande impostore
e rido felice come un clown
sai, sembra io sia quello che non sono
vesto il mio cuore da re
e fingo voi ancora siate qui.

Così vero quando sento quel che il cuore non nasconde.

Oh sì, sono il grande impostore
e rido felice come un clown
sai, sembra io sia quello che non sono
vesto il mio cuore da re
e fingo voi...
e fingo voi ancora qui.

lunedì, settembre 04, 2006

Lingue morte

In cinque anni di latino e greco non ci hanno insegnato a dire sì e no.

venerdì, settembre 01, 2006

Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι

Idea per un corto.

Bianco e nero. Cortina. Primi anni settanta. Tardo pomeriggio. Interno di una jeep opulenta. Antenata di Cayenne e X5 varie. Alla radio la voce della prima Mina. Alla guida un altoborghese industriale volgarmente ricco. Di spalle. Cachemerino chiaro. Capello pulito. Adocchia un buco per parcheggiare fra due auto. Rallenta. Freccia. Inizia la manovra in retromarcia. Una Cinquecento si infila rapida fra le due auto. Rapinosa. Il nostro uomo è allibito. Qualcuno gli ruba qualcosa. Scende dall'auto. La Cinquecento spegne il motore. Si apre la portiera ed esce un trentenne magro. Capelli neri. "Il mondo è dei furbi." Sorrisino, chiude la macchina e fa per andare. Il nostro non dice una parola. Risale in macchina. Retro. A giri altissimi. Parcheggia. Sulla Cinquecento. Sfasciata completamente. Il trentenne è allibito. Il nostro scende dall'auto, dalla tasca prende il portafoglio, dal portafoglio prende dei soldi. Tanti. Li mette in mano all'altro. "Il mondo è dei ricchi." Se ne va.

L'episodio è realmente accaduto. Lo racconta il padre di una mia amica.